Non in nostro nome

Al Miveg 2023 sono risuonate le parole Gaza e Palestina, perché questo è un festival antispecista.
Francesca De Maria, novembre 2023

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Il breve intervento che avevo pensato insieme a Grazia Parolari si intitolava: “Dalla Siria alla Palestina, storie di solidarietà e resistenza” ed era stato deciso solo qualche giorno prima con l’urgenza di cercare di aiutare il rifugio Sulala, situato nel nord di Gaza, per poi includere il racconto delle attività di altri rifugi e di privati cittadini che in quelle terre martoriate dalla violenza degli eserciti si prendono cura di animali con i quali condividono la sorte: cani, gatti, cavalli, asini, pecore, capre ma anche di animali selvatici che ancora qui resistono.

Oltre a raccontare dell’esistenza di queste magnifiche esperienze di amicizia tra umani e animali sentivamo l’urgenza di esprimere pubblicamente la più profonda solidarietà e vicinanza al popolo palestinese, sia nella striscia di Gaza sottoposta ad uno sterminio sistematico la cui definizione corretta è genocidio, così come in Cisgiordania e Gerusalemme Est, ovvero i territori palestinesi occupati dove ogni giorno esercito israeliano e coloni israeliani armati terrorizzano e uccidono civili inermi o li espropriano delle loro case e dei loro terreni senza che nessuno li fermi.

Facendo questo intervento volevamo anche dire che per noi da una parte c’è quello che vogliamo salvare di questo mondo e di questa umanità e in questo momento i migliori esempi si trovano a Gaza. Dall’altra ci sono governi, poteri economici ed organi di stampa che perpetuano e legittimano le più immani atrocità, che pensano solo ad uccidere, distruggere, omologare, dominare, eliminare ciò che non è proficuo e che cade fuori dalla categoria di essere vivente autorizzato a vivere una vita degna.

gazaVitadacani, l’associazione organizzatrice del MIVEG, invitandoci ha voluto dimostrare attenzione verso quei rifugi per animali che abbiamo nominato ma ha anche voluto prendere una posizione chiara contro la carneficina in corso a Gaza, perché da sempre si esprime e agisce in favore di quegli individui oppressi, perseguitati, sfruttati, tenuti ai margini e privati di ogni fondamentale diritto, di qualunque specie essi siano, dando così un significato pieno all’aggettivo “antispecista”.

Prendere posizione come movimento antispecista è indispensabile non solo perché a Gaza stanno morendo anche animali di tante altre specie oltre a quella umana ma anche perché alla base del genocidio in corso c’è lo stesso meccanismo di distanziamento, di convinzione di superiorità e maggiore diritto alla vita che porta la maggior parte degli umani a tollerare e guardare come fatto indiscutibile lo sfruttamento e lo sterminio animale.

Gli esseri inferiori in questa logica possono soffocare sotto le macerie, i loro corpi in mille pezzi, possono bruciare vivi, possono essere lasciati senza acqua, cibo, cure mediche, possono vedere sterminata la propria famiglia e comunità.

Come ci si aspettava non sono mancate le critiche, anche se marginali, sul fatto che si sia parlato di Palestina in un festival vegano e che lo si sia fatto senza un contraddittorio, il che sembra suggerire la formula del talk show televisivo dove avremmo dovuto scontrarci con personaggi le cui idee e affermazioni, apertamente razziste e che vogliono fare di Gaza una tabula rasa, dovevano avere il nostro stesso spazio e peso per poi prevalere in un tripudio di retorica e di delirio bellicista imposti dal potere di governi e media a loro asserviti.

Antisionismo non è antisemitismo

Ma se avessimo potuto invitare una controparte avremmo dato voce a quella parte sana della società israeliana e fatto parlare giornalisti impegnati da anni a raccontare la quotidiana realtà della tragedia palestinese, come Gideon Levy e Amira Hass del quotidiano Ha’aretz, o Haggai Matar della rivista di critica politica +972 o avremmo invitato l’organizzazione per i diritti umani B’tselem. Oppure avremmo potuto chiedere all’ebreo errante, e vegetariano, Moni Ovadia di venire a raccontarci cosa pensa, lui che è ostracizzato e accusato di antisemitismo (Sic!) perché critico nei confronti della politica sionista di Israele.
Se vogliamo seguire questo ragionamento che in puro stile coloniale vuole il popolo colonizzato non sufficientemente dotato intellettualmente da raccontare l’oppressione subita avremmo invitato chi ha fatto parte della magnifica esperienza degli “Anarchists against the wall”, tra l’altro i primi a far notare il fatto che la loro voce valga più di quella dei palestinesi, o avremmo voluto sentire i racconti degli ex militari di “Breaking the silence”.
A noi poi certamente piacerebbe molto parlare con le attiviste di “Code Pink” e di “Jewish voices for peace”, entrambi gruppi statunitensi che portano messaggi come “Not in our name”, “Jews against genocide in Palestine”, “Never again for anyone, not only for my people” a sottolineare come il ricordo dell’Olocausto non possa essere strumentalizzato per legittimare la politica genocida di Israele contro il popolo palestinese.

Se a questo punto si volesse approfondire la questione palestinese consigliamo per iniziare due testi fondamentali: “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappè, storico israeliano, e “La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime” di Edward Said, intellettuale palestinese profugo del 1948.
Ci sono poi numerosi lavori di analisi politica e filosofica di accademici di origine ebraica come Noam Chomsky, Judith Butler, Norman Filkenstein per citare solo alcuni nomi che aiutino anche a capire come le accuse di antisemitismo rivolte ai palestinesi e a chi sostiene la loro lotta di liberazione siano false, fuorvianti e intellettualmente disoneste.
Come opporsi al sionismo non significhi essere antisemita lo dicono anche le posizioni prese da immense figure della cultura ebraica come Albert Einstein e Anna Arendt che espressero profonda preoccupazione e contrarietà per quello che veniva compiuto sul popolo nativo palestinese prima e dopo la nascita dello stato di Israele.
Inoltre bisogna sapere che grandi esperienze rivoluzionarie come il movimento contro la segregazione razziale di Nelson Mandela in Sudafrica e i movimenti per i diritti civili e la liberazione degli afroamericani e dei nativi americani si sono sempre riconosciuti nella lotta palestinese e l’hanno sostenuta senza incertezze. All’interno di questo quadro si colloca il nostro sostegno umano e politico alla Palestina.

Resistere è esistere

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In una dinamica dove è sempre stato chiaro chi sia la potenza occupante e chi il popolo occupato, chi sia l’oppressore e chi l’oppresso, chi stia colonizzando la vita e le terre di chi, è incredibile come ai palestinesi non sia però concessa non solo la resistenza ma nemmeno la rabbia e l’insofferenza di fronte a 75 anni di ingiustizie e in più non possano nemmeno chiedere che questa ingiustizia atavica venga per lo meno riconosciuta come tale. Questo sarebbe un primo passo e toglierebbe almeno un po’ di quell’angoscia che i palestinesi si tramandano di generazione in generazione sin dall’evento della Nakba, parola che significa catastrofe e che ricorda l’espulsione di 750’000 nativi palestinesi in corrispondenza della nascita dello stato di Israele nel 1948.

Solo le azioni violente fanno notizia ma in questi decenni i palestinesi hanno messo in atto le più
incredibili forme di resistenza fino a giungere alla resistenza passiva, all’idea del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) alla tenace volontà di restare legati alla terra e curare gli uliveti in molti casi venendo uccisi tra questi alberi.
Interi villaggi in anni recenti si sono organizzati accogliendo persone solidali da tutto il mondo e anche da Israele per le manifestazione del venerdì dove ogni volta portare un messaggio che potesse essere colto dai media internazionali. A Gaza tra il 2018 e il 2019 ogni venerdì si svolgevano proteste pacifiche a ridosso del muro/barriera di separazione per rivendicare il diritto di poter coltivare i propri campi e raccogliere le olive potendo così provvedere alla propria sussistenza.
Risultato delle proteste pacifiche: migliaia di persone ferite e uccise dai proiettili israeliani.

A Gaza fino a quest’ultima guerra c’erano innumerevoli forme di resistenza tra le giovani generazioni, dalla musica, al rap, al parkour. Considerato che a Gaza tra i bambini e i giovani c’è un’altissima percentuale di casi di depressione e di pensieri suicidi, ecco poi che gli animali e ciò che resta del mondo naturale rappresentavano un tentativo di resistere all’orrore della prigionia e alla onnipresente minaccia di interventi militari. Resistere celebrando la bellezza della natura come facevano due ragazze che sul loro account Instagram “SirdahTwins” pubblicavano foto naturalistiche dei tanti animali selvatici che si potevano ancora osservare a Gaza, un hot spot importantissimo per uccelli migratori e stanziali, con molte specie di anfibi e rettili, di piccoli mammiferi e di ungulati.

A Gaza c’è l’umanità migliore

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Attualmente l’unica resistenza possibile a Gaza è quella di cercare di non morire sotto i bombardamenti. A Gaza la resistenza e la solidarietà sono la realtà di ogni minuto e vediamo che assieme ai corpi di bambini, anziani, uomini e donne le mani di chi soccorre cerca di restituire la vita anche agli animali e ci sono racconti di chi torna sulle macerie della propria abitazione in cerca di quel cane, di quel gatto, di quell’uccellino per cui si è disposti a rischiare la vita e che in molti casi rappresentano l’unico motivo per vivere ancora.
I gruppi Baladi Animal Rescue e Vegans in Palestine sui rispettivi account Instagram raccontano frammenti di storie di umani e animali a Gaza: un uomo accarezza un cane per la prima volta nella sua vita e dice che tutti a Gaza sono esausti; in un ospedale pieno di feriti e morti un medico soccorre un gatto arrivato con la sua famiglia; Karim, 15 anni, dice che la sua gatta Karaz è la sua unica amica e che cercherà di proteggerla dai bombardamenti fino alla fine; bambini che sorridono mentre si tengono stretti i loro animali e persone che portano acqua e cibo ai cani, ai gatti, agli asini e ai cavalli nelle strade; un ragazzo porta in braccio il suo cane sotto choc appena estratto dalle macerie e dice che non esistono parole per descrivere quello che sta vivendo.

Dunque perché Gaza al Miveg?gaza

Siamo ormai giunti alla disumanizzazione delle vittime palestinesi, consolidata nella narrativa dominante, quella che i governi e i loro megafoni asserviti, giornali, radio, telegiornali, pensano di poter far prevalere. Rendere le proprie vittime dei semplici numeri, privandoli del loro nome, del loro volto, della loro storia personale fatta di legami famigliari e di amicizia, delle loro capacità, passioni, preferenze, ovvero di tutto quello che rende la complessità di un essere vivente. Operazione questa necessaria per impedire che la massa che si intende manipolare sviluppi quel pericoloso sentimento che si chiama empatia. In tal modo Israele e i governi complici possono massacrare 10000 civili in meno di un mese accompagnando le loro azioni con un linguaggio esplicitamente razzista e che invoca l’annientamento totale o l’espulsione di un intero popolo dalla propria terra.
La disumanizzazione di quegli esseri umani che vengono percepiti come qualcosa da tenere lontano se non da eliminare è accomunabile alla reificazione degli animali non umani, cioè alla pratica di rendere esseri viventi non umani dei semplici oggetti che si possono sottoporre a qualunque forma di sfruttamento e sempre riducibili a strumenti ad uso umano. Non è un caso se in Israele tra i politici e l’opinione pubblica sia molto frequente che i palestinesi vengano chiamati animali, definirli tali aiuta a non ritenerli portatori di alcun diritto.
Il genocidio dei palestinesi è istituzionalizzato, è diventato la normalità, è l’unico modo per cui i palestinesi possono esistere. Esistere per essere eliminati. E in questo purtroppo un parallelismo con gli animali non umani continuiamo a vederlo.